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Pagina 1 di 7 1848 Quasi tutti gli eventi del Risorgimento, videro il territorio mantovano al centro di scontri e di sanguinose battaglie in cui i Carabinieri, primo Corpo dell’esercito piemontese, presero parte. I Carabinieri parteciparono alle battaglie di Valeggio, Monzambano, Pozzolo e alla conquista di Goito ( il 9 aprile), in cui ebbe il battesimo del fuoco il nuovo corpo dei Bersaglieri e si distinsero i Granadieri di Sardegna comandati dal futuro re Vittorio Emanuele II. In questa fase i piemontesi, stabilito il quartier generale a villa Cavriani di Volta Mantovana, avevano circondato Peschiera e per tre quarti Verona, mentre Mantova veniva sorvegliata lungo il Mincio ed il torrente Osone fino al Po, da Goito a Borgoforte. Dopo le prime scaramucce vittoriose sorsero reazioni contrastanti fra i diversi sovrani italiani, sospettosi nei confronti del re di Savoia tanto che dopo il discorso papale del 29 aprile, ritirarono le truppe regolari, per cui l'esercito sabaudo rimase da solo con i volontari ad affrontare l'armata austriaca comandata dal maresciallo Radetzky, un abile militare che dal 1831 era governatore della Lombardia. A Pastrengo (VR) il 30 aprile 1848, tre squadroni di Carabinieri, scorta del Re Carlo Alberto, che da Volta Mantovana si era spinto verso la prima linea, con un'epica carica seminarono il panico nelle linee austriache che si ritirarono, meritando alla bandiera la prima medaglia d'argento al valor militare. Carlo Alberto, non prosegue l'intenzione iniziale di disgregare il Quadrilatero delle fortezze entrando nel cuore del Veneto. Probabilmente si aspettava una insurrezione come a Milano delle città di Mantova e Verona ed in quel contesto sarebbe stato molto più semplice occuparle, ma i rivoluzionari veronesi erano a Governolo, insieme alla Colonna mantovana ed ai volontari modenesi, impegnati nel tentativo di interrompere i rifornimenti provenienti da Legnago (24 aprile). Questa sosta nelle operazioni belliche permise agli austriaci di riorganizzare le proprie file e forti di oltre 35.000 uomini si mossero il 29 maggio da Mantova con tre distinte colonne. Una in direzione di Cremona a ridosso del lago, l'altra verso Montanara, mentre la terza si dirige verso Buscoldo con lo scopo di prendere alle spalle le forze dislocate a Levata e Montanara. Sull'esile linea difensiva predisposta lungo 30 km, erano dislocati alcuni reparti regolari ed i 6.000 volontari composti dagli universitari toscani e da un battaglione di Napoletani con sei cannoni, al comando del generale De Auger. Le intenzioni di Radetzky sono quelle di travolgere le esili difese per proseguire verso Goito così da stringere i piemontesi in una morsa verso Peschiera. Contro un nemico quattro volte superiore la resistenza dei Volontari Toscani fu encomiabile, per sei ore tennero testa agli austriaci da Curtatone a Montanara fino a che non vennero sopraffatti dalla superiorità nemica. Tra i caduti, Leopoldo Pilla in combattimento e per le ferite, Ferdinando Landucci che comandavano i volontari. A Landucci docente toscano venne intitolata nel 1866 la caserma ricavata nell’ex convento di San Domenico.
Tra i superstiti, lo scrittore Carlo Lorenzini più noto con il nome di Collodi. Stranamente Radetzky non proseguì verso Peschiera e il giorno successivo negli scontri tra Goito e Guidizzolo, gli austriaci furono sconfitti. Dopo la vittoria, giunse la notizia della conquista di Peschiera dove i Carabinieri meritarono altre due medaglie di bronzo. Ancora una volta Carlo Alberto non seppe approfittare della vittoria e inseguire gli austriaci e saldarsi con i volontari che avevano occupato Padova, Vicenza e il Cadore così da chiudere il cerchio intorno al quadrilatero impedendo i collegamenti con l’Austria. Dopo la sconfitta, l'esercito asburgico in rotta, compie razzie e saccheggi nei comuni di Casaloldo, Guidizzolo, Castellucchio, Ospitaletto e Rivalta. Anche a Mantova avvengono saccheggi il più importante dei quali è la trafugazione e dispersione dei Sacri Vasi, due contenitori d'oro risorgimentali attribuiti al Cellini in cui era conservato il Sangue di Gesù. A giugno Radetzky rinsaldate le truppe riconquista Padova e Vicenza ritornando padrone del Veneto riposizionandosi a Verona. Garibaldi, appena rientrato dal sudamerica, si recò il 5 luglio nel quartier generale, spostato ora a Roverbella, al cospetto del re per: "offrire, senza rancore il mio braccio e quello dei compagni a colui che mi condannava a morte nel '34". Il suo aiuto viene declinato tanto che il "Generale" nelle sue memorie scrive: " Io avrei servito l'Italia agli ordini di quel re come avrei servito la repubblica...io correvo da Genova a Roverbella, da Roverbella a Torino, da Torino a Milano senza poter ottenere di servire il mio paese a nessun titolo." Un'altro scontro favorevole ai piemontesi avvenne a Governolo il 18-19 luglio in cui si distinse il luogotenente Trotti, a cui è intitolata l’attuale caserma dei Carabinieri in via Chiassi, che ricevette una medaglia d’argento al valor militare. Nel proseguo delle operazioni i Carabinieri presero parte anche agli scontri che si susseguirono dal 22 al 27 luglio a Verona, Santa Lucia, Custoza, Volta Mantovana, Goito, che determinarono la ritirata dell’esercito piemontese e che sono ricordati come la battaglia di Custoza. Le conseguenze peggiori della sconfitta e del successivo ritiro dei piemontesi, nel mantovano, le sopporto la città di Sermide che dopo una strenua resistenza il 29 e 30 luglio fu messa a ferro e fuoco e bruciata dagli austriaci. Portata ad esempio dal Generale Von Welden che in un suo proclama scriveva "Guai a coloro che restano sordi alla mia voce, e s'arrischiano di fare resistenza! Gettate lo sguardo sulle ancora fumanti rovine di Sermide i suoi abitanti hanno osato far fuoco sui miei soldati ed il paese venne tosto distrutto". Per questo, la città, fu insignita di medaglia d’oro, ... dopo 51 anni! Dopo un tentativo di riscossa dei piemontesi intorno a Milano fallito il 9 agosto, il generale Salasco firmò l'armistizio con gli Austriaci rientrando all'interno dei confini segnati dal Ticino. Alla guerra contro l'Austria avevano partecipato, come volontari, migliaia di democratici e mazziniani, i quali, pur affiancando l'esercito sabaudo, lottavano perché l'Italia, una volta liberata dagli Austriaci, diventasse una repubblica. Dopo la sconfitta di Carlo Alberto, rimasero da soli a combattere per l'indipendenza italiana: a Venezia con la Repubblica di San Marco; a Firenze con un governo democratico. A Roma dopo la fuga a Gaeta del papa fu proclamata la Repubblica Romana (9 febbraio 1849), guidata da Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Le intenzioni erano di organizzare una Costituente nazionale allo scopo di costruire un'Italia unita e repubblicana.
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